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La sindrome di Stendhal

Un proposito per questo 2019 che non avevo citato era il riuscire a guardarmi i film di Dario Argento da sola, in particolare quelli dove ha messo la mia nemesi, sua figlia Asia, come protagonista. Il progetto sarebbe servito, pensavo, un po’ per conoscerla e un po’ per immedesimarmici.

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Ebbene, è il 14 gennaio e ho finito di vedermi in mattinata La sindrome di Stendhal, visto che era talmente inquietante che non volevo che disturbasse i miei sogni, già in precedenza perturbati dalle sue azioni di terrorismo di genere portanti al genericidio…

Avevo interrotto il film quando il violentatore e omicida seriale (Alfredo) che la poliziotta Anna Manni doveva trovare aveva avvicinato un’innocente donna che, affascinata dai suoi modi garbati, stava rispondendo alle sue avances. Stamani l’ho ripreso da lì, poco prima della metà, proprio per godere del gioco di ruoli invertito, con la violenta uccisione dello stesso dalla sua preda Anna presa in ostaggio dopo l’altra: dopo essere stata violentata e lasciata legata una notte intera in una caverna lei riesce infatti a liberarsi e a sorpresa quando lui si avvicina lo colpisce ai due lati del collo. Il sangue sgorga ovunque ma il killer non muore e la lotta prosegue fino a che lei non lo acceca con le dita e non gli spara per poi buttarlo nel fiume. E qui viene il bello: Anna/Asia si innamora di un giovane francese (Marie) ma è ossessionata da Alfredo, che pare non ritenere morto. Facendola breve: depista il suo amico poliziotto innamorato (Mario) a sua volta di lei per andare da Marie pensando che possa essere in pericolo, e mentre sembra che lo aspetti viene fatto fuori a colpi di pezzi di statue; scappando dal fantasma di Alfredo lo psichiatra la prende per metterla di fronte alla realtà; la squadra trova il corpo di Alfredo nel fiume e Mario si precipita da Anna per capire infine la verità e rimanerci secco pure lui dopo che lei invano tentava di convincerlo che Alfredo era ancora vivo dentro di lei.

Bello, no? Onestamente, un capolavoro.

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Ma… notiamo parallelismi? Ovvero: che effetto può avere avuto interpretare Anna su un’Asia ventunenne, ripresa dal padre innumerevoli volte mentre è stuprata ed uccide per poi convincersi per immedesimarsi che la colpa non era sua?

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Ciò che supponevo prima in quanto collega–Elena Talini mi è rimasta dentro da La prima cosa bella–ha trovato riscontro nella mia prima visione di questo film: dai ruoli interpretati non se ne esce mai, rimarrà sempre un pezzo del personaggio dentro l’anima di chi gli dà vita. L’equilibrio sta nel relegarlo dentro di sé e tirarlo fuori quando serve. Dunque, cara Asia, tu l’hai perso. Mi auguro solo che adesso tu possa uscirne, perché di morti alle tue spalle già ce ne hai…

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