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Il rapporto tra uomo e donna ed il rischio di separazione. #soccorsouomo

Da un Avvocato….

La cosa sembra semplice ma non lo è affatto.

Uomini e donne si attraggono essendo diversi e si amano con la reciproca convinzione che nulla possa fermare il loro amore, che spesso però si infrange sulle incomprensioni e sulle diversità.

Se ognuno dei coniugi avesse la capacità di esprimersi per quello che sente senza essere frainteso, la gran parte degli amori destinati al naufragio si potrebbe salvare, e quelli destinati ad una sopravvivenza in nome di valori diversi quali figli e famiglia e tradizioni, potrebbero correre serenamente senza particolari problemi.

Il primo passo da fare prima della separazione è quello di cercare reciprocamente di comprendersi ed in nome di quel sentimento che all’altare o davanti al sindaco ci fece pronunciare il fatidico “si,” offrire al partner e a se stessi una chance per una possibile ripresa.

L’amore è riuscire a dare ciò di cui il partner ha bisogno, averne cura, fidarsi, essere presenti nel momento del bisogno.

Il contatto fisico, la tenerezza e la disponibilità ad ascoltare rivestono grande importanza per la donna, non a caso il rimprovero che viene più spesso rivolto ad un uomo è “tu non mi ascolti” e non c’è nessuna necessità che il matrimonio sia una battaglia continua.

Nessuno ci ha mai reso edotti delle differenze tra donne e uomini e delle difficoltà di interpretare l’effettivo significato di certe manifestazioni che vengono naturalmente fraintese. Il rispetto di rigidi ruoli attribuiti agli uomini ed alle donne impediva ed impedisce l’esternazione di stati di insoddisfazione rimediati con sopportazione, tradimenti e quant’altro, e nessuno ci ha mai insegnato—né lo sta facendo—una maggiore comprensione dell’altro sesso, la qual cosa sarebbe ancor oggi il sistema migliore per salvare il matrimonio anziché di sostituire il coniuge apparentemente resosi inadatto con un altro soggetto che sembra non presentare quei difetti che necessariamente ed inesorabilmente verranno a galla. 

Una frase frequente è: “Abbiamo tentato di tutto per salvare il nostro matrimonio ma siamo troppo diversi.”

Se solo si comprendesse (e chi scrive non lo ha ancora ben compreso) che le differenze sono non solo normali, ma addirittura necessarie e prevedibili, si comprenderebbero molte cose anziché proferire la fatidica frase da uomo “ormai ho rinunciato a capirla!”.

Imparando a prendere atto delle differenze esistenti tra loro molte coppie potrebbero amarsi di nuovo comprendendosi e restando insieme.

Per migliorare le relazioni tra i sessi è necessario possedere una comprensione delle nostre differenze che potenzi la stima di sé e la dignità personale, ispirando al tempo stesso fiducia reciproca, senso di responsabilità, voglia di cooperazione e amore. 

Aprire il proprio cuore aumenta la capacità di perdonare e la motivazione a dare e ricevere amore e sostegno.

Uomini e donne sono diversi in ogni aspetto della vita. 

Non solo i due sessi comunicano in modo diverso, ma pensano, sentono, percepiscono, reagiscono, amano, provano bisogno e giudicano secondo differenti modalità. 

L’accresciuta comprensione di queste diversità aiuterà a risolvere buona parte delle frustrazioni che scaturiscono dalla convivenza con un membro dell’altro sesso ed a cercare di capirlo. 

Non è difficile dissipare o evitare gli equivoci e correggere le aspettative sbagliate. 

Ricordando che il vostro partner è diverso da voi potrete rilassarvi e allearvi con le differenze invece di opporvi a esse o cercare di annullarle.

In ogni caso se l’esperimento dovesse andare male e si arrivasse necessariamente ad una separazione, mettete in conto che le responsabilità sono quasi sempre da ambo le parti e che il risentimento non attenua le difficoltà ed in genere procura tanto male a chi lo riceve quanto a chi lo pratica.

Se il matrimonio dovrebbe essere la rappresentazione dell’amore, la separazione dovrebbe essere la rappresentazione della razionalità in nome dell’amore per i figli e del rispetto reciproco della facoltà di ciascuno dei coniugi di mantenere con i figli un sano ed amorevole rapporto e  della personale libertà di riprendere una vita il più possibile serena, ricercando un equilibrio giusto e non inficiato da sentimenti di rivincita e/o da risentimenti.

Il fatto è che quando un uomo ed una donna si incontrano e si piacciono non fanno caso alle differenze, la volontà di scoprire l’altro è troppo più interessante ed assorbente delle diversità.

In nome di una attrazione fisica e della realizzazione di un sogno si guarda al possibile partner come qualcosa di particolarmente interessante, si tende ad ascoltare tutto, si deve comprendere quanto meraviglioso sarà capire di aver iniziato ad amare una persona meritevole, di animo e spirito elevato, e ogni differenza sarà vista come superabilissima.

Poi la routine quotidiana e l’abitudine, anche sessuale—che smorzerà inesorabilmente il senso del proibito e dell’intimità— determineranno una normalissima attenuazione della tensione ed ognuno dei due tornerà ad essere sé stesso come animale di diverse abitudini e di diversa lingua; si avrà meno voglia di comprendere e di capire e ci si aspetterà uno sforzo del coniuge che dovrà capirci, tendendo a ridurre il nostro sforzo per capire il coniuge.

Il fatto è, come già anticipato, che la donna dovrebbe cercare di essere più esplicita e l’uomo dovrebbe esserlo meno per comprendere di più.

Una donna, come già anticipato, ha una sensibilità diversa, gli è sufficiente sapere di avere un uomo accanto per non sentire il peso di problemi che, viceversa per l’uomo, impongono una soluzione.

La donna manifesta l’esistenza di un problema per avere un sostegno morale, per discuterne, per condividerlo, e ciò le attenuerà la tensione; l’uomo invece non ama parlare dei propri problemi ma tende a risolverli senza l’aiuto di nessuno, rivolgendosi ad altri (in genere agli amici) solamente quando non è in grado di risolvere autonomamente i propri problemi, per cui interpreta l’evidenziazione del problema da parte della donna come una richiesta di aiuto e gli porge una soluzione che la donna prontamente scarta perché interpreta l’offerta di una soluzione come un rifiuto a condividere il problema stesso. L’uomo visto il rifiuto ricercherà dunque un’altra soluzione, che verrà anch’essa rifiutata, con il risultato che la situazione a questo punto tenderà a precipitare nell’incomprensione tra la donna che spesso dice “ma non ti ho chiesto niente!” e l’uomo, che sconcertato la guarda come per dire “ma come non mi hai chiesto niente, ma sei cretina!”.

Un esempio chiarirà meglio, anticipato da una ulteriore precisazione che avevo dimenticato e che è la seguente: così come la donna ha piacere quando è stressata di condividere i propri problemi ed i propri stati d’animo con il suo uomo, l’uomo, quando è stressato, ha bisogno di rimanere da solo, di non condividere con nessuno la propria condizione psico fisica che tende ad attenuarsi proprio con la solitudine—solitudine che può anche voler dire guardare il telegiornale o leggere il giornale o ascoltare un disco, o guardare dalla finestra senza svolgere, apparentemente, alcuna attività.

Quel momento di solitudine, nel quale l’uomo si ritempra (qualche donna direbbe “quello di mio marito dura 26 ore al giorno!”), viene spesso erroneamente scambiato come il momento giusto in cui il marito sembra a disposizione per la condivisione di problemi e stati d’animo propri della donna, così, per il gusto di parlarne insieme, come qualcosa che unisce—ma con incomprensione e sbaglio di tempo—parte la domanda che spesso viene proferita in forma non adeguata (la forma impersonale), rompendo quel benefico stato di solitudine. L’intervento, ritenuto inopportuno, viene facilmente scambiato per una critica e determina un risultato devastante: è il momento del “ricordiamoci” che da un lato viene scambiato per “ricordati” e dall’altro viene preso come l’indicazione di un problema che è solo dell’uomo che non è stato capace di risolverlo.

Siamo arrivati all’esempio sopra preannunciato, la frase proferita all’uomo che legge il giornale: “ricordiamoci che c’è da far venire il giardiniere per sistemare il giardino che sembra abbandonato,” una frase che ha l’effetto del “toccare il can che dorme” visto che viene tradotta dall’uomo come segue: “visto che non stai facendo niente come al solito, pensa a chiamare il giardiniere almeno lui farà il lavoro che avresti dovuto fare tu sistemando il giardino che hai vergognosamente abbandonato.”

Nello stesso senso è da comprendere lo spirito di riconoscenza che anima la donna verso chi gli rivolge gentilezze senza graduarne l’importanza.

Un fiore al giorno sono trenta gentilezze al mese, un brillante all’anno è una gentilezza all’anno.

Per l’uomo che tende a graduare i propri sforzi per la famiglia sentirsi dire che non fa abbastanza lo fa diventare una belva specie se ha fatto sforzi notevoli per mantenere la famiglia, pagare viaggi e ferie, rinnovare il guardaroba di tutti tranne che il proprio—il tutto mentre onorava mutui e rate dell’auto e mandava figli all’università.

L’uomo, se il mese scorso è riuscito a saldare il mutuo e ad intestare a se ed alla moglie la casa, si ritiene giustificato se dimentica un compleanno od un anniversario.

Ecco, questo è il matrimonio: una sequenza interminabile di incomprensioni e di incazzamenti che non vale la pena di prendersi, dirà qualcuno. Ebbene sì, confermo, ma se invece ci si comprendesse di più di certo molte arrabbiature svanirebbero, le critiche verrebbero prese come richieste di aiuto rivolte a chi si guarda con fiducia e non con sfiducia (una donna non chiederebbe aiuto a qualcuno di cui non si fida!); ma la donna, così come l’uomo, dovrebbero partire dal presupposto che quello che dicono potrebbe essere frainteso, per cui molto meglio dire: “tesoro, siccome io devo andare al colloquio con gli insegnanti, mi faresti il favore di passare tu dalla farmacia a ritirare le medicine,” invece che dire al marito mentre guarda il telegiornale: “ricordiamoci che poi c’è anche da prendere le medicine in farmacia altrimenti nostra figlia non guarirà mai,” che potrebbe anche essere scambiato per un’accusa di tentato omicidio.

Un altro esempio proviene da un amico che riferiva di un proprio fastidio ogniqualvolta, in procinto di uscire di casa, la moglie gli si avvicinava chiedendogli qualcosa.

L’amico riferiva: << Personalmente tendo alla solitudine anti stress proprio in quel momento della giornata ed in totale solitudine anche se circondato da moglie, eventuali figli e cane, mi riordino le idee per fissarmi un elenco cronologico, in ordine di soggettiva importanza, delle cose che dovrò fare dopo esser uscito di casa.

Mia moglie, vedendo che sto per uscire da casa, mi ricorda le cose che ci sarebbero da fare per la famiglia oppure mi porge la posta per mettermi al corrente di necessità di intervento a quel momento non preventivate, come la bolletta della luce o del gas, o peggio la contravvenzione di uno dei figli da andare a pagare all’ufficio dei vigili urbani, ed io disturbato dalla cosa le rispondo bruscamente e ci lasciamo con freddezza. 

Malgrado siano ormai decenni che gli faccio presente che quello non è il momento giusto e che il risultato che ottiene è di innervosirmi e di farmi dimenticare quello che avevo programmato anziché aumentare il numero delle questioni che sarò in grado di risolvere, non c’è niente da fare.>>

Manco a dirlo quella che appare palesemente una volontà specifica di disturbare è invece una manifestazione d’affetto.

La donna vedendo uscire il marito ha l’ultima occasione della mattinata per condividere con lui qualche cosa che la conturba: non intende affatto disturbarlo ma, naturalmente non se la sente di lasciarlo fuori da quelle questioni aggiuntive che le vengono in mente sistemando il tavolo del salotto mentre lui finisce di prepararsi.

Lei ci rimane male ad una risposta secca perché non ha fatto nulla di male, ha solamente evidenziato, con spirito collaborativo e confermando il rapporto di affidamento che ha verso il coniuge, alcune situazioni comuni. 

Ognuno di noi, donna od uomo che sia, avrà esempi personali di scontri ed incomprensioni che derivano dall’aver dimenticato queste fondamentali differenze, e sicuro e granitico nella sua logica si scontrerà o sopporterà all’infinito senza capire oppure si separerà per accompagnarsi poi con un’altra persona con la quale, se non soccombente o con maggior spirito di sopportazione della precedente, si ritroverà nella stessa identica situazione con in più il rammarico di non avere neanche avuto con essa le esperienze più belle della vita quali quelle di aver vissuto insieme gli anni belli della giovinezza, di aver vissuto per procreare insieme dei figli, di avere in comune gli affetti più grandi.

La tutela di questi valori, sarebbe di per sé motivo sufficiente per cercare di ritrovare armonia; ed in caso non si ritrovi, per concludere una separazione che favorisca la serenità di ognuno dei coniugi  in nome proprio di quei valori che non vengono negati ma che meritano di essere preservati e mantenuti.

Se le diversità sono tali e così radicate da aver ormai infranto il sentimento che aveva determinato al matrimonio, o se nuove avventure hanno distolto ambedue od uno dei coniugi dal proposito di ritentare lo stare insieme cercando di comprendere le differenze, allora i valori suddetti e gli affetti pregressi dovranno necessariamente essere coltivati per il bene dei figli e per quello dei singoli coniugi favorendo e non ostacolando una vita serena di entrambi.

Personalmente ritengo che sia la donna a subire maggiormente la separazione, così come essa è di regola quella che maggiormente ha aspirato al matrimonio inteso come realizzazione personale.

Dal punto di vista sentimentale la tradizione maschile è di non dare gran peso ai sentimenti per cui l’uomo difficilmente si aprirà: per molti dire semplicemente “ti amo” viene sentito come un segno di debolezza, di dipendenza da un sentimento, di non mascolinità.

L’uomo, malgrado l’evoluzione, si sente chiamato ad essere tutto d’un pezzo, a rappresentare un punto di riferimento, ad essere un “capofamiglia.”

Su tale situazione non ha avuto influenza la così detta evoluzione della donna che si è andata perfezionando con un mutamento di ruoli che si è snodato secondo un processo che ha lasciato intatta la situazione pregressa.

La ripartizione classica di diritti e doveri coniugali ha subito una profonda mutazione consentendo alle donne una graduale acquisizione di diritti e privilegi prima di esclusiva spettanza del maschio ed un coinvolgimento del marito nell’espletamento di doveri che erano propri delle donne.

La c.d. “emancipazione” ha riguardato solamente alcuni aspetti della ordinaria vita di relazione, visto che la donna ha teso a conquistare i “vantaggi” che attribuiva alla posizione dell’uomo senza però rinunciare alla propria natura, soprattutto rispettando il ruolo di “capofamiglia” del marito.

 La donna, nella maggior parte dei casi in cui ciò avviene, anche se lavora con soddisfazione ed opera in totale autonomia in un rapporto che sempre più spesso la vede prevalere sull’altro sesso, nel rapporto coniugale mantiene sempre una posizione di parte maggiormente sensibile, condizione a cui non intende o non è in grado di rinunciare.

Per lei l’uomo rappresenta, appunto, un punto di riferimento, spesso irrinunciabile: in sostanza l’uomo ha condiviso e ceduto gli onori, ha assunto parte degli oneri della moglie, ma ha comunque mantenuto  una posizione di “capofamiglia” che lo pone in un rapporto non paritetico con la moglie non perché prevalga l’uno o l’altro ma per la permanenza della diversità.

Da quanto sopra deriva che, anche con tutte le evoluzioni possibili, la donna tende sempre a subire la separazione o comunque a trarne motivo psicologico di disequilibrio, ponendosi sempre, persino quando la separazione dipende da lei, come parte debole. 

Abbiamo visto che il matrimonio, molto più per la donna che non per l’uomo, rappresenta l’occasione di condividere i problemi di una vita ed è alla condivisione più che alla soluzione dei problemi che la donna naturalmente tende.

L’autonomia che ha preteso nel lavoro e nello svago ricercando un rapporto equilibrato ed assumendo una totale indipendenza non vale sotto l’aspetto della condivisione della vita con qualcuno; sotto l’aspetto sentimentale per la donna non solo non c’è pariteticità, ma neppure ci deve essere (non nel senso affettivo visto che è regolare che ambedue i coniugi profondano amore verso il partner). Questa è la personificazione del “punto di riferimento” naturalmente attribuito all’uomo proprio per la innata tendenza dell’uomo a cercare la soluzione dei propri problemi in solitudine contrapposta alla naturale tendenza della donna a superare i problemi condividendoli con il marito.

Nella donna la separazione può determinare un senso di vuoto e di baratro nettamente superiore a quello dell’uomo, spesso in misura tale da attribuire al marito separato la responsabilità di una propria condizione di incapacità di superare i propri momenti difficili.

In un recente film una donna, temendo di essere tradita dal marito, afferma di considerare il matrimonio come lo strumento per avere al proprio fianco “un testimone della propria vita” (o frase analoga), e la perdita del testimone sul quale si è puntato tutto rappresenta un vuoto incolmabile e genera un disequilibrio totale.

divorzio_marito_moglie_uomo_donna_scappa_soldi-id28507.jpgLa giusta e tanto auspicata evoluzione della donna si è andata perfezionando in modo altalenante con un mutamento di ruoli che si è snodato secondo un processo diverso da quello auspicato.

La ripartizione classica di diritti e doveri coniugali (ben diversi da quelli giuridici) ha subito una profonda mutazione consentendo alle donne  una graduale acquisizione di diritti ed un coinvolgimento del coniuge nell’espletamento di doveri che le erano in precedenza attribuiti.

La c.d. “emancipazione” ha poi riguardato solamente alcuni aspetti della ordinaria vita di relazione visto che la donna ha teso a conquistare i “vantaggi” che attribuiva alla posizione dell’uomo senza assumerne  al contempo gli svantaggi che da tale condizione derivavano in maniera paritetica.

Ovviamente non si tratta di situazioni generalizzate, ed anzi è proprio nei casi di maggiore evoluzione che la donna non ha teso a conquistare un perfetto rapporto paritetico tra i coniugi, bensì ha cercato di ottenere ed ha di fatto ottenuto i vantaggi di cui godeva l’uomo senza per questo perdere quelli che le competevano.

In sostanza la donna, nella maggior parte dei casi in cui ciò avviene, anche se lavora con soddisfazione ed opera in totale autonomia in un rapporto che sempre più spesso la vede prevalere sull’altro sesso, nel rapporto coniugale mantiene sempre più spesso una posizione di privilegio che gli deriva dall’ancestrale condizione di parte debole, a cui non intende rinunciare mantenendo tutti i vantaggi che da ciò Le derivano.

Anche se femmina “con le palle,” come si dice con una frase antipatica ma efficace, la donna tende a mantenere una condizione psicologica privilegiata nel rapporto coniugale nel senso che per lei l’uomo rappresenta un punto di sicurezza spesso irrinunciabile: in sostanza l’uomo ha condiviso e ceduto gli onori, ha assunto parte degli oneri della moglie, ma si è tenuto tutti gli oneri propri.

Da quanto sopra deriva che, anche con tutte le evoluzioni possibili, la donna tende sempre a subire la separazione o comunque a trarne motivo psicologico di disequilibrio, ponendosi sempre, persino quando la separazione dipende da lei, come parte debole; ed invece di estendere a tale negativa fase della vita quell’autonomia che ha preteso nel lavoro e nello svago ricercando un rapporto equilibrato ed assumendo una totale autonomia, tende ad accentuare una situazione di debolezza e di sudditanza aspettandosi dall’ex coniuge la soluzione di tutti i suoi problemi ed attribuendo alla responsabilità di lui tutte le proprie disgrazie.

Il matrimonio, molto più per la donna che non per l’uomo, rappresenta l’occasione di condividere i problemi di una vita ed è alla condivisione più che alla soluzione dei problemi che la donna naturalmente tende.

La tanto agognata uguaglianza tra i sessi è stata facilmente raggiunta nelle professioni, nella libertà personale ed in ogni altro aspetto “comodo,” ma ci si è ben guardati dal cercare di raggiungerla negli aspetti meno comodi e nelle responsabilità familiari per cui spesso la separazione per la donna rappresenta un baratro sull’orlo del quale essa vive tutte le insicurezze che prima non erano di ambedue i coniugi ma rimanevano nella sfera dei “pensieri” del marito nella sua condizione di capofamiglia.

Questo è il motivo per cui difficilmente si trovano accordi sull’assegno di mantenimento in quanto sarà estremamente difficile negoziare una cifra che lasci soddisfatta una donna (basta guardare alla sig.ra Veronica Lario), perché per quanto il marito possa versare questa non potrà mai eliminare quel senso di insicurezza che deriva dall’aver perduto il capofamiglia, quel punto di riferimento che fino a ieri il marito rappresentava.

Meglio vedova che separata perché la vedovanza si presta ad essere accettata come una menomazione e poi il marito defunto rimane un punto di riferimento che spesso viene addirittura esaltato, non fosse altro  che per aumentare la negatività della condizione di chi si ritrova sola dopo aver perduto un tale virtuoso compagno.

Ne consegue che, in caso di separazione personale tra coniugi, la donna è spesso la persona meno equilibrata e come tale anche quella meno indicata a cui affidare la prole perché essa tende a riversare sulla prole i propri timori e la propria insicurezza. (Come già accennato infatti non ci sarà cifra che un marito facoltoso possa versare come assegno di mantenimento alla moglie che possa eliminare il senso di insicurezza che dalla separazione le deriverà.)

Situazioni di alienazione parentale e molto più spesso esempi di sindrome della madre malevola vengono anche volontariamente, ma più spesso inconsciamente, messi in atto da donne separate che sminuiscono la figura dell’altro genitore dipingendolo come un mascalzone affamatore (non a caso esiste una “sindrome della madre malevola” e non si trova invece una “sindrome del padre malevolo”).

Per fare un esempio realmente vissuto di una tale realtà merita ricordare il caso dei figli di un noto professionista, separatosi dalla moglie quando essi erano bambini: orbene, dopo molti anni, quei bambini ormai grandi e ben laureati, hanno iniziato la loro proficua attività professionale lavorando nello studio del padre il quale, ormai anziano, ha passato ad essi la propria affezionata clientela; ed ivi si è manifestato il loro maggior timore, quello di non veder pagate le proprie prestazioni—un timore ad essi trasmessao dalla madre, e ciò malgrado il fatto che il padre abbia sempre versato con assoluta puntualità un assegno mensile di mantenimento che ha consentito un tenore di vita almeno pari a quello ante separazione.

Sono sicuro che se i figli venissero affidati ai padri crescerebbero con maggiore equilibrio, magari mangerebbero peggio od andrebbero in giro non proprio lavati e stirati a puntino ma il loro equilibrio sarebbe senz’altro maggiore.

La situazione rimarrà tale fino a che le donne non prenderanno coscienza di un vero rapporto paritetico e della necessità di tale pariteticità verso i figli, nel senso che essi hanno bisogno tanto della madre quanto del padre e non devono rappresentare il parafulmine dei timori e delle incertezze che dalla separazione derivano.

I figli non sono i giudici della separazione, non devono decidere di chi sia la colpa, essi ne sono le principali vittime e le lacerazioni della separazione risulteranno di una profondità incolmabile se le decisioni dei tribunali o le previsioni normative determineranno una situazione di squilibrio in favore della madre favorendo l’allontanamento di  un rapporto paritetico dei genitori.

Il nuovo sesso debole è l’uomo che ha perduto i propri privilegi ponendosi o comunque subendo il raggiungimento di un rapporto paritetico con la donna che non vuole o non è capace di rinunciare ai propri privilegi, né intende assumere gli oneri e le responsabilità del capofamiglia: la donna è senz’altro disposta a condividerli ma, tranne rari casi, non se la sente di assumerli in prima persona.

L’associazione raccoglie i separati ed i separandi di sesso maschile i quali subiscono il disequilibrio sopra prospettato e si prefigge il raggiungimento della assoluta parità dei genitori di fronte ai figli combattendo l’uso dei figli come scudi umani e come mezzo di ricatto per ottenere vantaggi.

Merita rilevare come il bene principale di ogni unione matrimoniale sia rappresentato dalla prole e conseguentemente sarà al benessere affettivo e materiale nonché all’equilibrio dei figli che entrambi i coniugi dovranno essere protesi affinché gli stessi abbiano a subire dalla separazione il minor danno possibile.

Una equilibrata separazione mirerà ad assicurare ad entrambi i coniugi un tenore di vita il più possibile vicino a quello antecedente alla separazione ed una vicinanza di entrambi i coniugi ai figli avendo cura che  gli stessi abbiano a subire il meno possibile gli inevitabili  traumi di un tale evento.

L’attività dell’Associazione è quindi diretta a rendere edotti gli associati dei rischi della separazione e delle conseguenze che da essa derivano spingendo gli associati a ricercare i motivi e le ragioni che li spinsero all’unione matrimoniale per la prosecuzione di una vita il più possibile serena.

Quando vi sarà approfitto nei confronti del coniuge associato o dei figli od in presenza di un comportamento negativo di cui si intenda provare l’esistenza, oppure, infine quando vi siano problemi di equilibrio psico-fisico del coniuge associato o dei figli di lui—allora potrà essere richiesto l’intervento di Soccorso Uomo.

Soccorso uomo potrà poi fornire adeguata assistenza per rendere edotto l’associato circa gli effetti della separazione stessa dal punto di vista familiare ed economico prima che questa avvenga.

Spesso l’uomo mantiene una posizione attendista nel senso che tende a sopportare una vita coniugale insoddisfacente finché non decide di separarsi, senza nulla sapere sulle conseguenze dei propri gesti, senza aver operato alcuna verifica sulle proprie condizioni economico sociali e sulle conseguenze che dalla separazione gli possono derivare.

Gli associati godranno dell’ausilio di professionisti e precisamente:

  • avvocati convenzionati, che svolgeranno presso la sede sociale una consulenza gratuita e potranno assistere a pagamento gli iscritti in caso di separazione personale dal coniuge fornendo l’aiuto necessario per le pratiche giudiziali e stragiudiziali relative a separazioni, inquadramento dell’assetto di imprese e patrimoni in vista di separazioni in modo tale da assicurare un rapporto paritetico tra i coniugi;
  • medici specialisti, che potranno seguire ed indirizzare l’associato che ne faccia richiesta affinché mantenga il miglior contatto possibile con i figli.        

 

 

     

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