Solidarietà femminile, quella sconosciuta

***Testimonianza di Iris***

Scusate se intervengo sull’articolo apparso ultimamente “Competitività? No Grazie” che millanta un supposto spirito di supporto fra donne/amiche/colleghe sul luogo di lavoro. La mia esperienza è ben diversa e ahimè non isolata, stando a quanto mi raccontano amiche (quelle vere!), parenti e conoscenti donne. Sul lavoro siamo molto più infide dei nostri colleghi uomini: vuoi la naturale competizione e invidia femminile a livello personale, vuoi la situazione professionale e legislativa (leggi maternità obbligatoria, zero supporto in termini di asili nido e contributi familiari seri, ecc.) che ci vede fare i salti mortali per raggiungere la metà di quello che un uomo ottiene de facto senza un terzo delle competenze mostrate dalla sua collega in gonnella, vuoi l’immaturità di un universo femminile che a livello professionale è da poco avvezzo a lavorare con altre persone a fianco (la casalinga non si risparmia di certo, ma con chi deve competere?) – vuoi tutti questi fattori, ma tra le donne si scatena un’acredine mista di rivalità professionale e personale che i nostri colleghi uomini non mostrano – spietati anche loro, beninteso, ma meno sottili nel colpire anche a livello personale.

Volete la mia storia? Vi racconto solo l’ultimo episodio. Due anni fa entro in un’azienda con una buona qualifica e un capo donna. Lo stipendio non è paragonabile alle responsabilità affidatemi, ma il mio futuro capo (DONNA) sa che vengo da un’azienda in fallimento e coglie la palla al balzo per trattare al ribasso. Ah, naturalmente al colloquio mi chiede se voglio figli…. Al momento non ne volevo. Lavoro sodo per mesi e mesi, poi per diverse ragioni decido con mio marito di intraprendere, prima di quanto previsto inizialmente, il calvario della fecondazione assistita che devo seguire in una città diversa da quella in cui lavoro, ma dove la mia azienda ha un ufficio. Per correttezza faccio presente al mio capo donna la nostra decisione. Che cosa credete sia successo? Che commossa da un senso materno che dovrebbe accumunare noi donne la mia capa mi abbia abbracciato promettendomi aiuto? Che abbia sostenuto la mia richiesta di trasferimento all’altro ufficio? Che si sia quanto meno limitata a farsi gli affari suoi? Niente di tutto questo. Sono stata additata al pubblico ludibrio, defraudata delle mie mansioni e dei miei meriti, sottoposta al mobbing più spinto sentendomi rinfacciare almeno due volte al mese che al momento del colloquio mi aveva chiesto specificamente se volevo figli, tutto questo per quasi un anno finchè poco prima di essere ricoverata per grave sindrome depressiva ho dato le dimissioni stremata e sconfitta.

Ora ho riacquistato la serenità, sono con mio marito e attendiamo con gioia l’arrivo di quel cucciolo che guarda caso è giunto solo dopo che sono uscita da quell’inferno. Dovrò ricominciare in parte da capo, frequentare un master serale per rifarmi del tempo perduto, ma vi assicuro che l’ultima cosa che farò sarà accettare un altro capo donna. E per favore, non me la menate con la solidarietà femminile, credo di più a Babbo Natale.

Iris, Bologna

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